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 In Le olive taggiasche

L’olio dell’odierna provincia di Imperia

Tale olio è storicamente stato trattato dai più con nomi diversi, ma che stavano ad indicare la stessa cultivar: Taggiasca.

Tra i più antichi statuti riguardanti le attività olivicole del ponente ligure troviamo quello di Diano Castello del 1363 con un apposito capitolo dedicato al “De Gombis olei”, dove si stabilivano rapporti di buon vicinato e venne introdotta la servitù reciproca delle “pendane”, la quale concedeva la raccolta del frutto caduto nel terreno del vicino.

La cosa interessante è che le olive cadute sul fondo altrui, rimangono del proprietario della pianta, al contrario di quanto avviene nelle altre colture arboree. Questi usi e consuetudini si sono tramandati fino ai giorni nostri.

Le valli dell’imperiese

E’ nel 1500 che l’umanista Agostino Giustiniani descrisse minuziosamente il territorio ligure ed in particolare le valli dell’imperiese:” la fertile et amena valle di Oneglia abondante di olio e di altri frutti”, la valle del Maro “fertile et abondante di vino, olio e di frutti; la valle di Diano famosa per la bontà e quantità di olio, quale in quella nasce abondantissimamente, talché molte fiate gionge a diciotto e vintimillia barrili” e ancora “la ben populata valle Arocia abondante di vino, olio, grano, et altri frutti”.

La fama dell’olio prodotto da Olive Taggiasche era grandissima.

In una relazione del 1615 stesa da Gerardo Basso per conto delle autorità spagnole di Milano, si legge:” […] produce questa valle (Imperia) quell’oglio tanto perfetto ben conosciuto in tutta Italia”

porto di oneglia

La gelata del 1709

Un evento che arrecò gravi danni all’agricoltura del territorio ma con risvolti positivi fu la gelata del 1709.

Lo storico Gianni De Moro, nel suo libro “Porto Maurizio nel ‘700” ricorda che gli “uliveti di Provenza subirono danni ben maggiori” dei nostri e di conseguenza i commercianti francesi diressero “sulla riviera ligure tutti i loro ingenti acquisti”. Da quell’anno l’oliva taggiasca raggiunse una fama che di lì a poco sarebbe diventata mondiale.

Per capire l’importanza che l’olivo Taggiasco ricopre per il nostro territorio basti ricordare che alla fine del ‘700 il generale Claude-Victor Perrin minacciò di tagliare tutti gli ulivi nel caso si fossero verificati disordini sociali.

La Giurisdizione degli ulivi

Charles-Louis de Montesquieu nel suo “Viaggio in Italia” descrisse così la riviera ligure “Le terre genovesi sono le più cattive del mondo. Ma su quelle montagne brulle, in alcuni posti, crescono olivi in abbondanza, che forniscono alla Francia una buona quantità di olio. Quello della Riviera di Ponente è migliore di quello della Riviera di Levante.”

Nel periodo Napoleonico il commercio dell’olio d’oliva dell’imperiese raggiunse un peso rilevante, tanto che questa parte della regione venne denominata “Giurisdizione degli ulivi”. Nel 1808 il sindaco di Porto Maurizio (odierna Imperia) scriveva così:” La risorsa principale ed unica del paese consiste nel commercio e nella vendita dell’olio. Capita spesso che una quantità assai importante di questo liquido si trovi imbarcata su dei bastimenti ancorati sul lido e si può dire che è su questi bastimenti che riposa la fortuna e la ricchezza intera del paese”.

Charles barón de montesquieu

La pace di Aquisgrana

Giovanni Maria Piccone scrisse nei suoi “Saggi sull’economia olearia” del 1808 che la massiccia diffusione dell’olivicoltura in Liguria sia da attribuire al periodo successivo alla pace di Aquisgrana (1748).

“Tre lustri di riposo, che successero alla pace di Acquisgrana, avendo rese familiari al nord dell’Europa le produzioni del mezzogiorno, innalzarono fra di noi il prezzo dell’olio, solito ad aggirarsi pria di questa epoca dalle lire 30 alle 50 il barile. (…)

Le scarse raccolte degli anni passati e la chiusura del Levante alla navigazione lo hanno fatto poscia balzare dalle 150 alle 200 e più.

E’ nondimeno sicuro che il prodotto olioso della Liguria si è nel corso d’un secolo per lo men duplicato, non solo in ragione delle piantagioni novelle, che subentrarono alle boscaglie e alle viti, ma ancora in grazia della prufusion de’ suoi concimi, colla quale il Basso Ponente si è argomentato di moltiplicare la fertilità d’ suoi Uliveti.

Non più si valutan le annate complete sovra i diciotto o venti mila barili del territorio Dianese che faceano le meraviglie di Giustiniani; ma benì sulla base de’ duecento mila, di cui sono capaci le sole valli di Porto Maurizio e di Oneglia. (…) l’ulivo ha penetrato in tutta l’estensione del litorale: si è inoltrato e si inoltra per tuttavia verso gli Appennini: le piante cereali, le selvagge e le vinifere gli vanno di mano in mano cedendo il loro soggiorno: infine esso avrebbe già invaso senza riserva tutta la parte montuosa della Liguria; se il clima co’ suoi rigori non gli opponesse di tratto in tratto una barriera di bronzo.”

Gaspard Chabrol de Volvic

Il prefetto del dipartimento di Montenotte, Gaspard Chabrol de Volvic nel 1809, spediva a Parigi una “Memoria sulle rade, porti e spiagge del Dipartimento”.

L’imperiese rientrava in questo dipartimento e lo ricorda testualmente:” […] Questa costa è però estremamente importante. Vi si fa un forte ed attivo commercio, estremamente prezioso.

Questo commercio ha luogo in tempo di pace come in tempo di guerra perché fa leva sulla sola produzione del paese, quella dell’olio che fornisce agli abitanti il mezzo di scambio per acquistare i grani necessari al consumo abituale.”

Sempre lo stesso prefetto nel 1824 pubblicherà delle statistiche sul dipartimento di Montenotte, che corrisponderà alle odierne provincie di Savona, Alessandria, Imperia e Cuneo.

A riguardo della provincia di Imperia e Savona scriverà così: “Adesso non esiste più, da Alassio fino a Taggia che segna il confine del dipartimento, una sola collina che non sia adorna di ulivi”. […]

“Gli ulivi conservano tutta la loro forza e presentano agli occhi incantati dei viaggiatori le loro cime sempre verdeggianti. Unico tesoro delle rocce che fanno da confine all’Italia, l’ulivo è come il ramo d’oro da cui sgorga la fortuna degli abitanti di questi luoghi aridi.”

Oneglia

il Re degli Ulivi

Giorgio Gallesio, illustre botanico, pubblicò dal 1817 un trattato dedicato ai principali alberi da frutto italiani, dove all’interno viene tracciato un preciso quadro della varietà di ulivo chiamata in Liguria Taggiasca o Lavagnina, in Toscana Ulivo Gentile, ritenuta “il Re degli ulivi”.

“Il territorio di Nizza è il paese dell’Ulivo Gentile. Molte varietà si mischiano a questa nel territorio di Monaco e in quello di Mentone, ma ritorna a diventar esclusiva in quello di Ventimiglia: colà l’ulivo Gentile comincia a prendere il nome di Tagliasca o Taggiasca, nome che conserva in tutta la costa occidentale della Liguria e che pare debba ripetersi dalla città di Taggia, presso la quale se ne vedono delle piante antichissime, e dove può esserne cominciata la coltivazione per i Genovesi.

Il dominio delle Taggiasche continua quasi senza rivali sino alla valle di Andora, e rende celebri gli oli di Ventimiglia, Taggia, San Remo, Porto Maurizio, Oneglia e Diano. Su Andora la Tagliasca principia a trovarsi mischiata colle Colombare, le quali continuano quasi sino a Noli (…)

Ma appena passa il capo di Portofino l’Ulivo Gentile riprende il suo predominio e diventa quasi esclusivo nelle belle colline di Chiavari e in quelle di Lavagna, paese che gli dà il suo nome.”

Imperia

Anche lo storico Giuseppe Maria Pira raccontò nel suo libro Storia della città e principato di Oneglia dagli indigeni abitanti sino al 1834, edito postumo, le dinamiche economiche di Imperia (di cui Oneglia è parte): “[…] mentre vi si trovavano negozianti e vetturieri intraprendenti ed attivi che ad onta di strade dirupate mantenevano un traffico diretto col Piemonte trasportandovi l’olio del paese.”

“[…] Le olive del principato d’Oneglia, per sentenza di buon giudice, sono le più che abbondano in olio e lo diano anche più dilicato. Sono queste un poco allungate, mediocremente voluminose, più grosse alla base che al gambo, molto meno lunghe della corniola, dette tra noi tagliasce, qualità propriamente appellata olea fructu oblongo minori. Dacchè questo liquido è divenuto il principale prodotto e l’unico articolo di esportazione all’estero…”

“[…] L’olio del Principato di Oneglia si carica per la Francia, pei Paesi Bassi, per l’Olanda e per l’Inghilterra. La fama di questo commercio è pubblicata dal Martiniere, dal Baudrand, dal Pronti, dal Busching, dalle storie naturali e da tutti i dizionarii geografici. Piacque al conte De Chabrol di far osservare che l’olio d’Oneglia come quello di Diano è conosciuto in Europa sotto il nome di olio di Porto Maurizio”

“[…] La coltivazione degli olivi che nel secolo precedente contavasi per una produzione annuale di trenta mila barili d’olio (24.000 quintali), era cresciuta del terzo, ed altrettanto era pure aumentato il prezzo di questo liquido prezioso, il quale essendo di libera esportazione caricavasi specialmente per la Francia, per l’Inghilterra, per l’Olanda, e pei Paesi Bassi”.

imperia

“[…] Oneglia cominciava allora il suo secolo d’oro. Il traffico dell’olio prese soprattutto a rifiorire.

Situato in mezzo di un territorio limitrofo egualmente piantato a olivi, questa concorrenza gliene aveva fatto perdere nelle sue gravi peripezie tutte le sue commissioni dell’estero. I negozianti di Porto Maurizio ne profittarono per farsi conoscere in Francia e nel Nord, dove arrivarono a conseguire quasi l’esclusiva del commercio degli olii per commissione.

Il pregiudizio dell’inferiorità di questi medesimi olii che avevano stabilito fra gli stranieri, faceva che nessuno ardisse domandarne direttamente a Oneglia. Colà disponevasi del prezzo e colà erasi ridotto a ricorrere il principato d’Oneglia per ismerciare il suo prodotto. (…) Gli stessi abitanti d’Oneglia ripigliarono l’antico l’antico traffico marittimo, facendo l’importazione delle merci coi propri navigli.”

“[…] Un traffico sì florido quantunque esercitato in parte da case forastiere, francesi e ginevrine qui venute a stabilirsi non lasciava di volgere a principale utilità degli abitanti unici possessori del territorio. Abbandonaronsi perciò le vigne ed i seminati che una volta fornivano vino al fabbisogno, e vettovaglie per quattro mesi dell’anno”
“[…] resta ancora a risolversi il problema se sia stato un reale vantaggio l’avere abbandonata la coltura dei cereali e delle viti per imboschire di ulivi il territorio per l’addietro così ben ripartito. […] L’aumento dell’olio fu un prestigio così potente, che tutti di furioso slancio cominciarono a variare il sistema di coltura tenuto da’ nostri antichi, così prudentemente gelosi di mantenere il territorio atterzato in vigne, seminativi ed oliveti.”

“[…] Nei soli ultimi cinquant’anni decorsi, l’albero dell’ulivo fu studiato con tanta attività che se ne piantarono fino a 250 mila. La mancanza delle antiche produzioni del vino e delle vettovaglie, obbligò a comprare pure le albinate cresciute pure di prezzo. Gustaronsi tutti gli agi e piaceri dello incivilimento, e si credette che a tutto potesse supplire l’unico prodotto dell’olio. (…) Non si calcolò che il raccolto era biennale; anzi soggetto a fallanze per siccità, per gelo e massime pel flagello d’un verme particolare detto bruco minatore, il quale attacca in agosto la pellicola dell’oliva e ne divora quindi la polpa […]”
“[…] Dal 1788 al 1807 vi furono due raccolti pieni, cinque mediocri, otto cattivi e cinque nulli”

“[…] Finalmente l’aumento del prezzo dell’olio ci infatuò; credemmo di essere divenuti ricchi, ci impegnammo ad uscire dalla rusticità per entrare a forza nel gran mondo della civilizzazione. Ciascuno pose sul proprio uliveto tre fatali gravezze: ambizione, gola, e mollezza che ci impoveriscono a profitto dell’estero, da cui ci lasciammo assorbire il denaro. Ricrediamoci, i nostri antichi, quantunque grossi di costumi, e di rozze maniere, erano più saggi e più virtuosi di noi.”

Il commercio della provincia di Imperia

Goffredo Casalis, nel suo Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di s. m. il re di Sardegna del 1843 così riporta il commercio della provincia di Imperia: “[…] Il solo commercio attivo che si fa con l’estero e nell’interno è quello dell’olio […] Annualmente si trasporta in Francia 35000 quintali metrici: se ne trasporta a Torino non meno di 2500 quintali”

Nella “Descrizione di Genova e del Genovesato” di autori vari del 1846 si descrive la riviera ligure di ponente in questo modo: “alcune provincie sono quasi prive di manifatture (così la riviera di Ponente al di là di Savona) e sussidiate dalla principale loro merce, l’olio, cavano le mercanzie e il più delle necessarie vettovaglie dalle provincie vicine o dall’estero”.

[…] L’oliva matura contiene poco meno di ¼ di suo peso in olio. Il metodo di farlo, seguito nelle provincie che danno il più stimato, cioè in Oneglia, Diano, Taggia, Porto Maurizio ecc., non è affatto simile a quello praticato nelle altre; la bontà dell’olio delle prime si attribuisce tanto al metodo di fabbricazione che alla qualità della pianta, alla cura di rimondare e scegliere le olive prima di premerle, di toglierne le foglie secche, le pietruzze, la polveruzza ecc.; al non passare al torchio colle scelte quelle anco bagnate di pioggia, o rimaste a lungo sul suolo ecc, e specialmente a far l’olio in mucchi come suol praticarsi in Sardegna, in Ispagna, in Sicilia, in Barberia.”

Nella monografia edita nel 1934 a cura di Vincenzo Guido Donte, Giovanni Garibbo, Paolo Stacchini, si elogiava già la diffusione e la penetrazione dell’olio proveniente dalla provincia di Imperia: “[…] Per enumerare i Paesi stranieri ai quali giunge da Imperia l’olio d’oliva bisognerebbe copiare tutti i nomi dell’atlante […]”

L’olio taggiasco

Anche uno storico più recente come Lucetto Ramella, volle ricordare l’olio Taggiasco e lo fece con il suo libro del 1986 “L’ulivo nel ponente ligure”: “Il nostro olio faceva gola anche ai pirati barbareschi provenienti dal Nord Africa, che effettuavano sbarchi, seguiti da rapide incursioni nell’entroterra, muniti di otri, nei quali mettevano l’olio razziato. Per andare a colpo sicuro si facevano guidare da rinnegati, uomini del luogo rapiti in precedenti escursioni, che collaboravano per convenienza o perché costretti.”

L’agronomo albenganese Emanuele Della Valle, pubblicò nel 1950 le sue “Considerazioni economiche sulla coltivazione dell’olivo in Liguria”. L’ulivo prese piede in Liguria estirpando tutte le altre colture poiché vi fu indubbiamente un alto reddito prodotto da tale attività; tuttavia la monocoltura dell’ulivo conteneva in sé i germi della crisi futura, databile alla seconda metà dell’ottocento.

Il Della Valle, ci spiega che per l’aumento del prezzo della giornata lavorativa, e la conseguente discesa del prezzo di vendita dell’olio, il reddito diventa nullo e l’oliveto diventa passivo e rimane tale fino al 1914.

“Trasformarono il già oliveto in vigneto od altro e molti pure quelli che, venduta la legna, l’abbandonarono, per cercar lavoro altrove, magari rimanendo contadini e pigliando in affitto delle terre in pianura. Altri trovandosi in condizioni di poter condurre dell’acqua nel loro terreno lo trasformarono in orto-frutteto se quella era abbondante, se invece era scarsa, in carciofeto o albicoccheto.

Altri ancora, nei terreni di clima più adatto, abbatterono gli olivi e si diedero alla floricoltura. Ed anzi si può dire che fu proprio l’acutezza della crisi dell’olio che diede origine in parecchi paesi della Riviera ad una felice innovazione di culture apportandovi un benessere prima insperato.”

olio taggiasco

La terra promessa dell’olivo

Per concludere la carrellata di testi storici che descrissero l’olivo e la condizione di estremo disagio che visse la Riviera Ligure olivicola nei primi del 1900 troviamo la descrizione del senatore Giovanni Celesia di Vegliasco:

“Esiste l’intera provincia di Imperia travagliata dalla tremenda crisi dell’olivicoltura: paesi e regioni che da vent’anni a questa parte hanno veduto scomparire la sorgente stessa della loro vita e del loro benessere. La siccità, la mosca olearia, il fleotripide hanno distrutto quei mezzi di produzione […] La tenace opera secolare dei liguri, alternativamente marinai ed agricoltori i quali trasformarono le sterili, sassose pendici dei monti in fertili terrazze o fascie compiendo nei secoli un monumento di civiltà e di lavoro […] è ormai inutilizzata e cominciano a manifestarsi i caratteri dell’abbandono e della distruzione. […] Il Basso Ponente, la terra promessa dell’olivo, ha perduto ogni facoltà produttiva. […] I proprietari scoraggiati, delusi, non hanno o non danno alla terra il capitale necessario.

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